Chi deve scegliere per la mia vita: io o il padre spirituale?

Tanta gente si lamenta oggi che “non ci sono più i confessori di una volta”. Eppure, un aneddoto raccontato da san Paisio dell’Athos (+1994) è indicativo di questa sorta di “gherondismo”, di gente che cerca sempre il “confessore perfetto”. Racconta il beato padre:

Una volta venne da me alla mia cella un ragazzo che aveva problemi psicologici, e questo pensava che io avessi dei poteri paranormali e voleva delle risposte. Mi domandò “cosa vedi per me?” e io gli risposi di trovarsi un buon confessore invece di prendere le pillole che gli addormentavano la vita. Ma questi rispose: “che peccato che non ci sono più i confessori come una volta” e se ne andò. Era deluso. La gente viene con una idea giusta – essere guidati, aiutati – ma poi non accetta la risposta che riceve. [1]

Possiamo dunque chiedere a noi stessi, prima di tutto, se già conosciamo la risposta ai nostri interrogativi. Perché se non accettiamo un consiglio o una guida, significa che abbiamo già la nostra visione di come dovrebbero andare le cose. Quindi, perché chiedere un altro consiglio? Potremmo anche rispondere a questa domanda dicendo che “vogliamo l’opinione di un saggio, di un padre spirituale”. Ma se non siamo disposti ad accettare quanto ci dice, quanto vale il nostro sforzo? E se poi la risposta che ci dà il confessore non ci piace, siamo tenuti a seguirla lo tesso? teoricamente sì.

Il padre spirituale prega che lo Spirito Santo illumini le sue risposte, prima di ogni confessione. Il fedele che si avvicina a chiedere una guida spirituale dovrebbe fare lo stesso.

Si dice che Abba Pimen fu interrogato da un confratello, il quale gli chiese: “mi è giunta una eredità. Cosa dovrei farne?” E il maestro rispose: “attendi tre giorni, poi torna da me, e ti darò un avviso”. Passati i tre giorni, abba Pimen parlò al confratello dicendo: “cosa dovrei consigliarti? se ti dico di darlo alla comunità, ne faranno festa. Se ti dico di regalarlo ai tuoi parenti, non rimarrà niente per te. Se ti dirò di darlo ai poveri, non ne avrai cura. Quindi, preferisco che tu faccia ciò che ritieni più giusto.” [2]

Se san Pimen il Saggio non riuscì a trovare una risposta e lasciò al discepolo la difficoltà della scelta, possiamo noi incolpare i nostri confessori se qualche volta non trovano soluzioni ai nostri problemi? Perfino Cristo, il nostro Dio, parlava in parabole, lasciando poi ai suoi discepoli la comprensione delle sue parole. Il Signore non ci ha creati come automi, come robot, ma come esseri senzienti e capaci di volontà propria.

Spesso troviamo anche l’inverso, una sorta di paternalismo, il padre spirituale pretende di dettare legge ai suoi parrocchiani e di decidere gli aspetti più intimi della loro vita privata. Questo genere di guida è troppo pericolosa e rischia di tramutarsi in una figura settaria.

Nel nostro rapporto col padre spirituale dovremmo cercare una sinergia e una figura di consiglio, più che un autocrate pronto a dettare legge contro la nostra volontà. Così come siamo responsabili dei nostri peccati (e non gli altri), e così come siamo capaci di opere buone, siamo capaci anche di comprendere il disegno di Dio nella nostra vita. E attendere che Dio lo manifesti. San Paolo ci istruisce in questo senso:

E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. [Romani 5:3-4]

La pazienza è una virtù cristiana, e la pazienza nelle cose ci aiuta a ponderare meglio le nostre scelte, che vanno compiute per il bene e l’edificazione sia nostra, sia di coloro che Dio ha messo sulla nostra strada.

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NOTE

1) Citato in Good Confessors, Bad Confessors (in inglese).

2) Florilegio dei santi Padri, vol. II, pag. 661 (in inglese)

Tratto dal “Cristianità Ortodossa”

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