VITA REALE E REALTÀ VIRTUALE

 Eravamo appena arrivati nell’accantonamento estivo della nostra parrocchia con i ragazzi, quando abbiamo chiesto a tutti di rinunciare ai cellulari durante il giorno, sarebbero stati restituiti solo alla sera. Abbiamo raccolto i cellulari sotto lo sguardo sconcertato dei partecipanti. “Cosa faremmo senza smartphone?” Era la domanda che si leggeva in tutti gli occhi.

Esiste una vita aldilà del cellulare? Questa era una delle sfide dell’inizio del nostro accantonamento estivo. Però abbiamo fatto questo esperimento in modo deliberato, proprio per guidare i ragazzi a riscoprire il fascino della comunicazione diretta interpersonale.

Alla sera hanno ricevuto i cellulari per due ore. Potevano comunicare con i genitori oppure con gli amici e poi basta: i cellulari ritornavano bravi nell’armadio del titolare dell’accantonamento. Senza video giochi e senza chat interminabili.

Dal secondo giorno i ragazzi si sono immersi nelle attività, una più interessante dell’altra, e l’attenzione si è indirizzata pian piano verso la vita reale. Eravamo fuori dal virtuale.

Al terzo giorno, i ragazzi si sono dimenticati del tutto dell’internet. Hanno scoperto che va bene calciare la palla, gridare a voce alta ” țară, țară, vrem ostași” (n.r. gioco romeno da squadre all’aperto), provarsi la forza tirando la fune in due squadre diverse. I ragazzi hanno scoperto i gavettoni, hanno conosciuto le delizie dell’aiuto in cucina e la gioia di essere utili agli altri. Alla sera raccontavano affascinati ai genitori le nuove esperienze e, alla fine delle due ore regolari dell’uso del cellulare, erano i primi a riportarli nell’armadio, senza ricordarseli. Alcuni manco li richiedevano più. Altri li riportavano prima del tempo stabilito. Perché incominciavano altri momenti straordinari: l’atmosfera del dormitorio prima del sonno.

Ho scritto tutte queste cose dalla mia esperienza personale. Però lo psicologo tedesco Manfred Spitzer è l’autore di una serie di libri che analizzano scientificamente il fenomeno della dipendenza del medio virtuale. E la diagnosi è terrificante, per quel che riguarda questa dipendenza che viene chiamata demenza digitale.

“Demenza” non vuol dire solo perdita di memoria, scrive Spitzer. Nel caso della demenza digitale non si tratta solo del fatto che tra i giovani questa caratteristica è sempre più diffusa, come hanno già dimostrato gli scienziati coreani per la prima volta nel 2007. Il problema riguarda principalmente il rendimento mentale, il pensiero, la capacità critica e di orientamento nella “giungla dell’informazione”. Se una cassiera ottiene 400 facendo 2+2 con il computer e non si rende conto che il risultato dev’essere sbagliato, se la NASA lancia un satellite nella sabbia (al contrario dello spazio), perché nessuno si è reso conto che le miglia non coincidono con centimetri e chilometri, se un funzionario di banca commette un errore di decine di migliaia di euro, vuol dire che non siamo più capaci di pensare. E’ evidente che oggi nessuno fa più a mente un calcolo approssimativo, ma crede ciecamente in uno strumento digitale. Chi invece usa il metro e l’abaco deve tenere conto dell’ordine delle misure e così non può ottenere un risultato improbabile.  [1]

Lo psichiatra tedesco avverte che l’uso del computer nei primi anni di scuola materna può provocare disturbi di attenzione e più tardi dislessia. All’età scolastica, si registra una crescita dell’isolamento sociale, conformemente agli studi americani e tedeschi. Ugualmente, i social network, invece di aiutare i giovani a comunicare meglio fra loro, conducono a un ulteriore isolamento.

Nel caso dell’utilizzo di un navigatore GPS per l’orientamento sulle strade pubbliche, si nota che, invece di aiutare il conducente, gli diminuisce la capacità di orientamento. Non vi è mai capitato di affidarvi completamente al navigatore, e arrivare in posti che non avevano niente da fare con la direzione desiderata? Questo perché è molto più facile chiudere gli occhi e dire: guidami tu, invece di aprire la cartina e fare un minimo sforzo per orientarsi (com’erano belli i concorsi di una volta, organizzati nelle scuole, di orientamento turistico!).

Molti studi hanno dimostrato che “l’utilizzo del cervello porta alla crescita delle zone cerebrali responsabili di una certa funzione. Possiamo dire che, alla fine, il cervello è come un muscolo: se viene utilizzato, cresce; altrimenti si atrofia.”[2]

Sulla capacità di concentrazione e studio ci parlano i Santi Padri. Il Padre Efrem  Katounakiota, per esempio, consiglia alle persone di non rimanere senza controllo di se stessi neanche per un’ora. Se usiamo sempre i dispositivi mobili, se ci affidiamo ciecamente al navigatore e cerchiamo informazioni solo con Google, come saremmo in grado si ispezionaci, controllarci, indagarci noi stessi? Padre Efrem scrive: “Ogni ora ispezionati, scrutati, controllati. Sei a posto in questo momento? Tu…se sei bravo, umile, ti controllerai attentamente, chiedendoti: come ho passato la giornata? Un malato non viene seguito solo dal suo medico, ma il malato stesso si visita per vedere se, prendendo le medicine prescritte, si sente meglio. Non solo Gheronda (il Mentore) seguirà ogni persona, ma anche tu devi controllarti. Ho chiesto spesso a Gheronda Giuseppe com’è arrivato a questo stato. Dice: Ho interiorizzato molto il detto “conosciti te stesso”. Cosa sei tu? Niente. Sei niente più di un verme. Niente. La grazia è arrivata, ti ha sollevato, sei diventato angelo. La grazia se ne andata, sei ridiventato tu stesso. Sì, ma non mi dire, come si può attirare la grazia? Dipende solo da te, avere una mente tranquilla e calma, dipende solo da te. Non dipende dalla tentazione, se ti assale, oppure del comportamento di chi ti sta accanto. Tu stesso diventerai il motivo della tua salvezza, oppure della tua non-salvezza. Dipende tutto da te, quando tu desideri la tua salvezza, quando ti sforzi, tutto arriva attraverso la preghiera.”

Più avanti, veniamo a conoscenza di questa testimonianza:

“In un monastero il sacerdote incensava, e quando è arrivato all’abate, ha smesso di incensare. L’abate, passando gli ha chiesto:

– Padre, perché non mi incensa?

– Maestro, benedici, non ti ho visto nel banco.

– Ero nel banco, padre.

– No, io non ti ho visto nel banco.

Gli altri che hanno sentito la discussione fra l’abate e il sacerdote dissero:

– Maestro, il sacerdote è veggente, sa quello che dice.

Allora lui pensa un attimo poi risponde: “Il sacerdote ha ragione, non ero qui, ero da un monastero. Con il pensiero. Capite?[3]

Anche se sono indirizzate all’abate, le parole di padre Efrem hanno una profonda risonanza per tutti coloro che cercano la salvezza. Il ritorno verso se stessi, non solo la presenza fisica di tutti i giorni, la sorveglianza dei pensieri sono azioni fondamentali di un cristiano. Come potrà seguire questo processo di conoscenza qualcuno che è soggiogato dal mondo digitale dall’infanzia?

Continueremmo la discussioni prossimamente nelle future pubblicazioni.

 Pr. Octavian Schintee (Pordenone), traduzione a cura di Irina Niculescu (Asti)

 

[1]Manfred Spitzer,Demenza digitale, Come la nuova tecnologia ci rende stupidi,Corbaccio, 2013, ebook

[2]Ibidem

[3]https://doxologia.ro/cuvinte-duhovnicesti/autocontrol-ravna-imprastiere-concentrare

 

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